STRAPPO DEL TEMPO: SPARTITO RESISTENTE. Silvia Comoglio

Strappo del tempo, come a dire: spartito resistente

Strappo del tempo. Questo il titolo della nuova raccolta di Elio Grasso pubblicata da puntoacapo, un titolo che si offre subito come una chiave di lettura e, insieme, come una dichiarazione di poetica. Lo strappo è una lacerazione, una discontinuità che interrompe la trama degli eventi e altera la percezione del presente, ma è anche il gesto che sottrae il tempo alla sua apparente linearità, mettendone a nudo le fratture, le persistenze, le zone d’ombra. Non si tratta, dunque, semplicemente di ricordare ciò che è stato, ma di misurarsi con ciò che del passato continua ad agire nel presente, spesso sotto forma di ferita, di assenza, di eredità non risolta.

La poesia di Elio Grasso si muove precisamente in questo spazio instabile, dove la memoria individuale si allarga fino a comprendere una vicenda collettiva e storica. Il tempo non è uno sfondo neutrale, ma una materia che resiste, si deposita, si consuma e improvvisamente riaffiora. Già nei versi del testo con cui si apre la raccolta, ossia «Ancora saluti a noi/ non più sorpresi dal tempo / rilegato nel soffio insistito / del secolo», si avverte la consapevolezza di un’esistenza collocata dentro una storia che non smette di gravare sugli individui. Il secolo è insieme distanza e presenza, qualcosa che si vorrebbe archiviare e che invece continua a respirare dentro il nostro quotidiano.

Questa tensione si riflette in una scrittura che non procede per narrazione distesa, ma per immagini, scarti, improvvise condensazioni di significato. Il dettato poetico si presenta attraversato da una sintassi che sembra riprodurre proprio le discontinuità del tempo. Le immagini si succedono come frammenti di una realtà non pacificata: il buio, il fuoco, il gelo, le pianure, il mare, le rovine. Non sono elementi di un paesaggio puramente simbolico, ma tracce di una condizione umana esposta alla precarietà e alla perdita.

Particolarmente significativa è poi la riflessione sul rapporto tra poesia e realtà. «La realtà esiste e qualcosa / non esiste», scrive Elio Grasso, introducendo una distinzione che non ha nulla di consolatorio. La poesia non può sottrarsi al mondo né costruire un recinto protetto nel quale riconoscersi separata dalla vita comune. Al contrario, deve misurarsi con «il difficile riscatto di anni / contati più del legno delle stanze», con le esistenze anonime, con la fatica materiale del vivere. È un passaggio importante perché sottrae la scrittura a ogni tentazione autoreferenziale: la poesia non è un privilegio per pochi, ma una forma di attenzione nei confronti di ciò che rischia di rimanere invisibile. La sua verità si misura anche nella capacità di riconoscere le vite ferite, quelle che «trascinando / ferite» continuano a esistere in un mondo dove, significativamente, «perlopiù colpisce».

Il tema della genealogia introduce un’altra dimensione fondamentale della raccolta. «La poesia dei padri, è notte – / lettere non scritte cercano / geniture scomparse»: in questi versi il passato si presenta come una provenienza incompleta, un’eredità fatta anche di silenzi e di parole mai pronunciate. I padri non sono soltanto figure familiari, ma il segno di una continuità interrotta, di un’origine che non può essere recuperata integralmente. La poesia si incarica allora di cercare ciò che manca, di dare forma alle assenze senza pretendere di colmarle. Anche la memoria, del resto, non è una facoltà pacificata: «Memoria, aiuta la memoria / a difendersi sotto la pioggia». È un’invocazione che rivela tutta la fragilità del ricordare, ma anche la necessità di opporre all’oblio una resistenza.

La dimensione storica affiora con particolare evidenza nei versi «Siamo qui per davvero, / reduci dal primo strappo / non abbiamo passaporto / per il secondo». Qui il titolo della raccolta sembra trovare una delle sue formulazioni più incisive. Lo strappo è quello originario della storia, delle fratture che hanno segnato le generazioni e che continuano a condizionare il presente. Essere reduci significa portare con sé una memoria, ma anche sapere che non esiste una via, un modo, per arginare/attraversare nuove catastrofi. I testimoni, ormai, sono «velivoli sul continente»: immagine che restituisce un mondo in cui persino la testimonianza sembra essersi allontanata dall’esperienza umana diretta.

Eppure in questa poesia non prevale soltanto la percezione della perdita. Esiste una volontà di permanenza, una fiducia residuale nella possibilità di attraversare il disordine. «Passare oltre è volontà / riversando fiducia agli anni»: il movimento non è quello di una fuga, ma di una resistenza affidata ai vivi, alla loro capacità di riconoscersi «attorno sfrangiati e veri». Le parole diventano una forma di tenuta, uno strumento per non disperdere completamente il legame con il mondo. È forse questo il significato più profondo dello strappo: non soltanto la lacerazione che ci separa da qualcosa, ma anche il luogo nel quale siamo costretti a ridefinire la nostra presenza.

Nell’ultimo testo, il riferimento alle città, «nella Genova e nella Venezia», introduce una geografia concreta della memoria e del vivere condiviso. Le strade, le distanze, i danni da rammendare diventano figure di un’esperienza che riguarda tanto i luoghi quanto le relazioni. «Nello strappo, disarmati / definiamo ogni giorno / il nostro spartito resistente»: la chiusa raccoglie e rilancia l’intero percorso della raccolta. Lo spartito è una possibile armonia, ma non una composizione già data, deve essere riscritto quotidianamente, con gli strumenti fragili di cui disponiamo.

In Strappo del tempo la poesia, Elio Grasso, non ricuce definitivamente le lacerazioni della storia e dell’esistenza. Non promette una conciliazione, né offre ripari. Piuttosto, accetta di sostare nella discontinuità facendo della parola un esercizio di vigilanza e di resistenza. Il tempo strappato non è un tempo perduto: è un tempo che continua a interrogarci, a chiedere testimonianza, a sollecitare una responsabilità. E la poesia, proprio perché disarmata, può ancora tentare di dare a questa condizione una forma, un ritmo, una voce.

Quello che hai pensato

si raddoppia nei consueti

giorni condivisi, appartiene

alla memoria d’ogni viva

presenza richiesta dalle crune.

Flessibile e inflessibile

nella Genova e nella Venezia

rammendi i danni delle strade

che svalutano le distanze.

Nello strappo, disarmati

definiamo ogni giorno

il nostro spartito resistente.

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